Stefano Boccalini, nato a Milano dove vive e lavora, inizia la sua attività di artista negli anni Novanta del Novecento. In qualità di allievo e poi di collaboratore di Gianni Colombo presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), sviluppa una riflessione sul concetto di spazio inteso come realtà fisica con cui il fruitore è portato a confrontarsi. Tra i primi lavori in cui emerge questa esplorazione fisica dello spazio vi è Arteviva ‘90, un’opera realizzata a Senigallia (An) nel 1990 quando ancora il mezzo espressivo da lui privilegiato è la tela. L’intervento di Stefano Boccalini coinvolge la struttura architettonica della scuola elementare Giovanni Pascoli, un edificio fascista degli anni ’30-’40, dove l’utilizzo della tela non risulta però essere il consueto: l’artista la impiega, infatti, per condurre l’attenzione sull’architettura e modificarne la percezione. Sempre con l’intento di instaurare un rapporto di tipo fisico con lo spazio, nel 1993 pone all’interno della Galleria Care/Of di Cusano Milanino (Mi) una tela dall’ingombro assai rilevante (3x9 m), le cui dimensioni notevoli creano una percezione distorta dell’ambiente, ostacolando la visione dello spettatore che è così costretto a confrontarsi con il gigante schermo bianco. L’opera realizzata nel Palazzo Comunale di Orta San Giuliano (Novara, 1995) lo porta a sviluppare la sua ricerca “spaziale” giungendo ad elaborare un concetto di spazio che, non più percepito solo nella sua fisicità, diviene per l’artista il luogo in cui gli individui vivono, condividono esperienze e si creano delle relazioni. Situata al di sopra di una terrazza, l’installazione in legno verniciato è concepita quale calco della struttura architettonica retrostante e posizionata leggermente discosta da quest’ultima. Una mattina l’opera venne ritrovata addossata all’architettura; ricollocata nella sua posizione originaria, lo spostamento si ripeté anche nei giorni successivi: l’installazione risultò essere ingombrante e fastidiosa per le coppiette che frequentavano quel posto la sera per ammirare il panorama. Queste dinamiche, non intenzionali dell’artista ma frutto dell’intervento della gente che vive il luogo, conducono Stefano Boccalini ad un’indagine e sperimentazione ulteriore dello spazio pubblico. Sempre nello stesso anno l’artista inizia ad avvertire la necessità di lavorare in gruppo e avvia così una collaborazione con amici che ha come esito la nascita di un progetto editoriale per il catalogo “Proxima 3” del Centro Studi Italiani di Zurigo. Su due pagine consecutive uno stesso ritratto fotografico riporta il nome di due persone differenti: Stefano Boccalini e Mario Bottinelli Montandon. La rielaborazione elettronica di due fotografie degli autori attraverso la tecnica del morphing permette di ottenere una sovrapposizione con il risultato di un’unica fotografia in cui i tratti fisionomici dell’uno si mescolano a quelli dell’altro, stimolando una riflessione sull’identità. Anche i primi anni del nuovo secolo vedono l’artista molto attivo. TicTac è un’opera che richiede al fruitore di interagire con altri, di attivare un processo di scambio e di condivisione. Infatti, la doppia chaise longue progettata da Boccalini costringe a dover chiedere a qualcun altro di sedersi con noi per evitare di sbilanciarci troppo all’indietro e capovolgerci. Alla Galerie im Kunsthaus di Essen in Germania (2000) presenta alla sua personale un letto “fuori scala”, di dimensioni ingigantite tali da poter ospitare fino ad una quindicina di persone. Per tre giorni l’artista è fisicamente presente e vive quell’ambiente, giorno e notte, condividendolo con i fruitori, i quali possono accedere al museo 24 ore su 24 e usufruirne anche loro. Diviene così sempre più forte nelle opere di Boccalini l’idea di un’arte partecipata col coinvolgimento dello spettatore che assume ora il ruolo di attore. La condivisione non riguarda più solo lo spazio pubblico, ma anche le esperienze e le emozioni. È in questi anni che matura un altro dei concetti fondamentali della sua ricerca e che lui stesso afferma essere: «L’altro sono tutti. Non c’è una categoria di persone a cui mi rivolgo: non ci sono categorie ma persone. La realtà per me è accettare quello che mi sta intorno e questo è un atto politico, profondamente politico. Perché l’accettazione della realtà, per me, è il punto di partenza su cui costruire un nuovo modo di intendere i rapporti sociali e su cui costruire il mio lavoro». Con Cantiere Giardinaggio a Castelfiorentino (Fi) prosegue l’indagine dello spazio come luogo vissuto dalle persone che lo modificano con la loro presenza. Con l’obiettivo di riqualificare quella zona, l’artista non interviene senza prima chiedere ai cittadini cosa vorrebbero per quell’area urbana e quali siano i loro desideri di sviluppo per il quartiere. Un’attenzione agli altri, alle persone, che si rivela anche in altre opere, come in Album di famiglia, realizzato a Serravalle Pistoiese nel 2002, o in Album locale a Cave del Predil, nel comune di Tarvisio (Ud) nel 2003. Nel primo caso l’artista crea un archivio fotografico con le foto ricordo dei vari individui del piccolo borgo: la comunione e la cresima, il matrimonio, le vacanze, lo sport e il lavoro. Tutto il materiale raccolto, raggruppato per categorie e inserito in una piattaforma online, al fine di favorirne la condivisione, mira ad allargare il concetto di famiglia a quello di comunità, creando prima un rapporto e uno scambio tra l’artista e le persone e successivamente tra le persone dello stesso paese. Nel secondo caso, a Cave del Predil, Boccalini, chiamato a realizzare un progetto della Comunità Europea in un luogo in cui convivono persone di diversa provenienza (Italia, Slovenia e Austria), decide di coinvolgere attivamente gli abitanti. L’artista organizza, infatti, una sagra a cui tutti i cittadini sono chiamati a partecipare, a condividere lo spazio pubblico e a lasciare all’interno di una cassetta delle lettere i propri desideri su cosa vorrebbero per il paese. Una serie di desideri che vengono poi raccolti all’interno di un libro. La trasformazione della città e l'influenza che questi cambiamenti hanno sui modi di vivere delle persone divengono, quindi, degli aspetti sempre più centrali nella ricerca di Boccalini . Già nel 2001 prende avvio la sua partecipazione a Isola Art Center nel quartiere Isola di Milano. Si tratta di un progetto pluriennale di cui l’artista è anche uno dei fondatori e che vede l’intervento di diverse personalità coinvolte in una riflessione sulle possibilità di sviluppo della città. La volontà di operare in questa zona di Milano, all’interno della Stecca degli Artigiani, nasce dall’esigenza di difendere uno spazio pubblico che sta subendo una pesante trasformazione edilizia con episodi di speculazione. Questa situazione porta ad una modificazione sensibile delle abitudini dei cittadini che avvertono la necessità di riappropriarsi del loro territorio. L’intenzione è quella di avviare un dialogo con le istituzioni per proporre delle alternative e puntare sulla partecipazione attiva della gente. Così, all’interno dell’evento chiamato La strada rovescia la città, con il coinvolgimento di artisti e artigiani che realizzano nel quartiere una serie di manifestazioni in strada e nei giardini, l’artista presenta Sleepy Island: un’istallazione di amache di diverso colore nel parco che stimola, ancora una volta, una riflessione sullo spazio fisico e sugli aspetti antropologici che lo caratterizzano. Quella del sonno nei luoghi pubblici è una condizione che è stata abbandonata rivela Boccalini: nei giardini oggi sono previste delle panchine, dei giochi e dei percorsi. L’intenzione è quella di riappropriarsi di questa condizione e allo stesso tempo, attraverso un simbolo, suggerire una forma di solidarietà con i senza tetto che, impossibilitati ad avere una casa, fanno di quello spazio la loro dimora. Nell’ottobre 2002 è la volta di un altro lavoro, Wild Island, sempre in uno dei due giardini del quartiere Isola che continua ad essere interessato da una forte cementificazione. Basato sullo scambio, sul dare e ricevere, Boccalini racconta alle persone la trasformazione urbanistica in atto e in cambio chiede di donare una pianta per costruire insieme un orto collettivo fatto di arbusti e piante provenienti da culture diverse. Assieme all’orto-giardino crescono anche i rapporti umani, le relazioni tra gli individui, la partecipazione e la condivisione delle esperienze e si radica il senso di appartenenza al territorio in di chi vi abita. Il terzo intervento, chiamato Stone Island, punta invece a recuperare la memoria degli anziani che vivono da anni nel quartiere, ai quali si chiede di raccontare aneddoti e episodi del loro passato: «non per guardare al passato come possibile momento da ricostruire, ma per coinvolgere attivamente ognuno di loro nel processo di cambiamento». Con la sua arte pubblica Stefano Boccalini sonda ed esplora il territorio, la collettività che vi abita e ri-attiva la condizione di cittadino degli individui affinché possano intervenire direttamente nel processo di trasformazione della loro città, senza subirla passivamente. Sulla memoria si basa anche Archivio Mobile (2008) realizzato in occasione del Torino World Design Capital: un progetto che trova sviluppo nel quartiere multietnico e socialmente complesso di San Salvario di Torino. Un archivio e quindi un insieme di documenti: fotografie, video, lettere, suoni, ricordi, pensieri e riflessioni; ma mobile, cioè itinerante per il quartiere alla ricerca di persone desiderose di lasciare qualcosa di sé. Un dispositivo montato su una bicicletta con pannelli solari per alimentare gli strumenti elettronici. Boccalini crea un’opera in cui la partecipazione dell’individuo è fondamentale, ma mai slegata dal contesto in cui vive. L’obiettivo è quello di approfondire la conoscenza del territorio instaurando un dialogo con l’altro e di appropriandosi del vissuto di quel luogo e delle sue persone. Anche con Stazione Livorno (2007) l’attenzione alla collettività non viene meno e porta l’artista, in collaborazione con Katia Anguelova e Alessandra Poggianti, curatrici del progetto, a dare alle stampe una “guida turistica” della città. Non una guida turistica come tutte le altre, “imparziale e oggettiva”, ma una visione della città fatta attraverso gli occhi dei sui abitanti, dove l’esperienza del singolo entra a far parte dell’esperienza della comunità. La guida diviene così un racconto inedito in cui fondamentale si rivela essere, ancora una volta, il vissuto delle persone. Con l’inizio del nuovo decennio, Stefano Boccalini sposta la sua concentrazione sulla parola scritta, calata però sempre nel territorio e senza mai tralasciare il rapporto con lo spazio fisico e la persone. Tale risulta Una parola su Latronico, un progetto realizzato a Latronico (Pz) nel 2011 per l’Associazione Culturale Vincenzo De Luca. In questa occasione l’artista chiede ad un gruppo di abitanti del piccolo paese di donargli delle parole che ritengono importanti per loro, che comunichino il loro legame col borgo o appartenenti alla loro storia personale. Fuse poi in ferro le parole, pregnanti di significato, vengono appese alle mura degli edifici e si insediano nel vissuto delle persone, mescolandosi al paesaggio. La storia di ognuno diventa in questo caso la storia di tutti, dell’intero paese. Cambia l’esito, le modalità con cui l’artista sceglie di esprimersi e di portare avanti la sua ricerca, che però rimane costante senza divenire mai banale: una ricerca imprescindibile dall’indagine dello spazio fisico e di chi lo abita che lo porta a soffermarsi sugli aspetti antropologici e relazionali, sulla condizione dei cittadini coi quali punta a stabilire un dialogo. Egli stesso afferma come nel rapporto tra lui, l’artista, e lo spazio pubblico nel quale interviene, siano fondamentali tre parole: «La prima è “ascolto” saper ascoltare vuole dire saper guardare dentro le trame di una comunità per cogliere tutti quegli elementi che possono diventare materia progettuale. La seconda è “partecipazione” intesa come condivisione di ciò che il territorio esprime, con le sue contraddizioni e con i suoi desideri: definire un percorso condiviso diventa allora fondamentale nella costruzione del lavoro; lavoro che non può prescindere da tutte quelle energie che all’interno di un territorio già esistono, ma che stentano a rendersi visibili. La terza parola è “responsabilità” intesa come momento di confronto, credo sia indispensabile mettersi in gioco insieme a chi vive un determinato luogo e porsi come possibile riferimento nel tradurre ed organizzare le istanze che nascono dal territorio e dal suo vissuto». Per il progetto Aperto_2013 art on the border (2013) in Valle Camonica, incentrato sul tema dell’acqua come bene comune e risorsa fondamentale per la vita, Boccalini riflette invece sulla “proprietà” dell’acqua: è pubblica o privata? Sfruttando nuovamente la potenza comunicativa della parola scritta gioca sul significato di PUBBLICA-PRIVATA a cui dà forma impiegando materiali che dal punto di vista estetico risultano identici, ma che dal punto di vista del degrado si comportano in maniera differente. Colloca la sua installazione lungo il torrente di alta montagna che scorre in Fabrezza di Saviore (Bs), a diretto contatto con l’acqua. Col passare del tempo l’acqua condurrà il ferro con cui è scritta la parola PRIVATA ad arrugginirsi, destinandola a scomparire lentamente, mentre l’acciaio con cui è realizzata PUBBLICA si manterrà inalterato. Emerge chiaramente quello che è il pensiero dell’artista su questo tema importante e che matura attraverso l’osservazione del territorio naturale, già intensamente sfruttato e antropizzato, e dall’ascolto delle esigenze e desideri dei suoi abitanti. Il contatto e l’amicizia con l’economista e filosofo Christian Marazzi, il quale parla di “linguisticità dell’economia” e della sua “svolta linguistica”, porta l’attenzione di Stefano Boccalini a concentrarsi su una serie di parole legate all’ambito economico-finanziario che ci sono state scagliate addosso in questi ultimi anni di crisi. Le parole in questo contesto sono viste come strumento di produzione: producono cose, comportamenti e azioni, ma anche emozioni. L’indagine ha sempre al centro l’individuo, il suo vissuto e le trasformazioni che lo vedono coinvolto sotto la spinta dei cambiamenti economici che hanno, come inevitabili conseguenze, un impatto nella sfera sociale. I meccanismi economici e politici producono delle modificazioni nei rapporti tra le persone e creano nuove abitudini, nuovi comportamenti che trasformano profondamente le comunità cittadine. Queste tematiche coinvolgono fortemente l’artista che in occasione dell’invito a partecipare con un’opera a MiArt 2013, alla Fiera Internazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Milano, progetta degli stampi per fare il pane in forma di caratteri tipografici che utilizza per produrre effettivamente del pane da offrire ai visitatori. Quest’ultimi sono invitati a riflettere sul significato intrinseco di queste parole che modellano i comportamenti delle persone. L’opera intitolata DebitoCredito gli fa vincere il premio Rotary Club Milano Brera. All’edizione del 2014 di MiArt presenta) invece, nello stand dello Studio Dabbeni (Lugano), una serie di pietre litografiche sulle quali è scritta, all’inverso, una parola che risulta possedere un significato contrario rispetto a quelle che tutti i giorni ci vengono riportate dalle notizie economiche. Boccalini vuole ribaltare, rovesciare quelle parole negative della crisi finanziaria e trovare il loro contrario positivo, nell’attesa di poterle stampare e diffondere ad ampio raggio per mezzo del potente mezzo della parola scritta. Così il fruitore, in un esercizio di lettura al rovescio, può leggere le parole NORMALITÀ, ENTUSIASMO, FLESSIBILITÀ o TOLLERANZA. L’opera di Stefano Boccalini giunge così, attraverso un intenso processo di sperimentazione, ad un grado di maturazione in cui l’attività partecipativa degli individui-cittadini assume una rilevanza inferiore, in favore invece di un esito più analitico. La condizione sociale delle persone non è però mai abbandonata, anzi costituisce sempre un aspetto focale della sua ricerca.

Stefano Boccalini - Trento

Testo di Jennifer Coffani 
dall'introduzione al workshop di Stefano Boccalini, che riassume il suo lavoro.


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